12 ottobre 2003 Commenti (0) Blog

Il Santo Graal

La leggenda del Santo Graal ha sempre avuto un grande fascino. “Il fatto che da otto secoli il Santo Graal continui a stimolare l’immaginazione di tante generazioni di lettori – diversi per cultura ed estrazione sociale – costituisce in un certo senso la prova tangibile del suo magico potere” scriveva Alfredo Castelli nel suo Dizionario dei misteri. Dal XII secolo, infatti, l’oggetto chiamato “Graal” ha coinvolto milioni di persone in un dibattito che continua tutt’oggi.

Ma che cos’è il Graal?

Secondo alcuni sarebbe un oggetto che fonderebbe le sue origini nella mitologia pagana celtica o islamica. Molti altri, invece, sostengono che si tratti del Calice in cui Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena; nel suo interno, il giorno successivo, Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il Sangue di Cristo, dopo averlo calato dalla croce. Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una scutella lata et aliquantulum prufunda (Helimand de Froidmont): una tazza, un vaso, un calice, un catino. Questi umili oggetti rivestono nella mitologia un nobile ruolo: sono infatti i simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e, come l’inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, portano vita e abbondanza. La coppa della vita dei Celti è il “Calderone di Dagda”, portato nel mondo materiale dai Tuatha De Danaan rappresentanti ultraterreni del “piccolo popolo”. Molti eroi celtici (tra cui Asterix, il famoso personaggio dei fumetti) hanno avuto a che fare con magici calderoni; nel poema gaelico Preiddu Annwn Re Artù andò a recuperarne uno addirittura negli Inferi. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell’Eucarestia e – sorprendentemente – la Vergine Maria. Nella Litania di Loreto essa è descritta come Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso unico di devozione”: nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta. Forse, quando alla fine del XII secolo, Chretien de Troyes decise di introdurre nella materia arturiana il motivo del “Vaso Sacro “, lo fece perché era al corrente dei miti celtici del Calderone, e l’argomento gli sembrò particolarmente in tema; o forse si trattò di una scelta casuale. Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal, e Chretien si limitò a metterla per iscritto; forse (è l’ipotesi più probabile) elaborò in termini cristiani le antiche leggende sui contenitori sacri, o forse il Graal fu una sua geniale invenzione. Sta di fatto che – com’è accaduto per Re Artù – da otto secoli il Graal continua a stimolare l’immaginazione di generazioni di lettori: e questa, in un certo senso, è la prova tangibile del suo magico potere.

Ci sono dei documenti che provano la sua esistenza?

Della coppa si parla nei tre Vangeli Sinottici; in Matteo 26, 27-28 si legge: [Gesù] prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati.”

In seguito, forse Nicodemo o Giuseppe d’Arimatea, scrissero un Vangelo che la Chiesa non riconosce, attribuendogli l’aggettivo di Apocrifo. In questo quinto Vangelo, le cui trascrizioni più antiche che possediamo risalgono al VI secolo, viene descritta in dettaglio la calata di Gesù dalla croce, e viene descritto Giuseppe d’Arimatea che raccoglie in una coppa il Sangue del Cristo.

Proviamo – adesso – ad immaginare ciò che avvenne del Graal il giorno della Passione di Gesù. Secondo Robert de Boron, sarebbe rimasto in custodia nelle mani di Giuseppe d’Arimatea. E’ possibile, però, che esso sia stato deposto nel Santo Sepolcro insieme al cadavere di Cristo: era uso comune – infatti – deporre accanto al morto gli oggetti che gli erano appartenuti o in qualche modo erano connessi a lui. Esiste qualche dato storico che prova questa seconda affascinante ma altrettanto probabile ipotesi? La risposta è sorprendentemente “sì!”. Come si presentasse, al suo tempo, il luogo dove venne pietosamente sepolto il Morto del Golgotha fu per secoli uno dei più confusi problemi d’archeologia. La tradizione, invece, è stata dall’inizio univoca e fermissima. Le testimonianze evangeliche dicono che il piccolo colle dell’esecuzione era fuori delle mura, ma “vicino alla città”; pietroso com’era lo si chiamava in ebraico “Gulgoleth“, “Golgotha” in aramaico, e nell’antico latino di Tito Livio “Calva”, cranio calvo, Calvario. E ancor oggi, gli arabi chiamano “Ras”, testa, una prominenza sassosa. Ma sul pendio occidentale cresceva un giardino, un arido giardino di ulivi e palme, dove il ricco sanhedrita Giuseppe, originario di Ramataim, che noi abbiamo grecizzato in “Arimatea”, aveva fatto scavare un sepolcro, forse per sé e, secondo l’uso ebraico, in futuro ampliabile per la discendenza familiare. Infatti, a quei giorni, non vi era stato sepolto nessuno. Non era stato il solo a scegliere quel luogo per un uso funerario, perché alla base della roccia asciutta e scoscesa sono state rinvenute altre antiche tombe ebraiche. Nell’antico Israele le sepolture ebraiche erano scavate in terreni elevati e asciutti e al riparo da possibili alluvioni. Somigliano a camere, a volta un vano d’ingresso e un secondo, più interno. Vi si trovano sarcofagi di pietra o loculi scavati nella roccia (kokhim), a volte una fossa al centro della stanza, o banchi lungo le pareti. Il Sepolcro del Sanhedrita Giuseppe da Ramataim, come è descritto nei Vangeli, corrisponde all’architettura funeraria ebraica di tipo signorile, di duemila anni or sono – così come ci è stata rivelata dai più recenti scavi. Un’anticamera, ricavata nella pietra, per le operazioni rituali, e poi la camera funeraria. Dall’esterno, l’accesso era molto basso e poteva venir chiuso facendovi rotolare contro una grossa pietra circolare. Nel 70 Gerusalemme subì le più tragiche e distruttive vicende della sua lunghissima storia: la rivolta ebraica, che passò ai posteri come “Guerra Giudaica” – l’assedio di Tito, che con la sua vittoria avrebbe poi guadagnato l’impero – la dispersione in schiavitù della popolazione superstite, che avrebbe dato origine a una Diaspora millenaria – il saccheggio dei tesori del Tempio, portati in trionfo a Roma – la grandiosa mole del Tempio demolita fino al piano delle fondazioni. Le nascenti tradizioni cristiane furono travolte. Il colle del Golgotha e il pendio contiguo – dove Giuseppe da Ramataim aveva sepolto Gesù e forse posto il Graal – furono rinchiusi in una possente muraglia di contenimento. Poi vi furono rovesciate enormi quantità di terra, prendendola da fuori città, per elevare un terrapieno, in cui Golgotha e Sepolcro sprofondarono. Nella nuova città di Aelia Capitolina – così era stata rinominata Gerusalemme – nacque poco a poco una segreta comunità cristiano-giudaica, che guidata dal vescovo Marco, mantenne intatta la memoria storica del Sepolcro interrato. Nel 312, Costantino conquistò il potere con il determinante appoggio della semiclandestina cristianità. Nel 324 prese il controllo anche delle provincie orientali; e dovunque – e più che in ogni altro luogo a Gerusalemme – affiorarono con impeto dal silenzio le memorie cristiane. Costantino scendeva verso Gerusalemme, quando il vescovo della città, che si chiamava Macario, andò ad incontrarlo a Nicea. Doveva essere un oratore persuasivo, e soprattutto sicuro di quanto diceva perché nelle sue parole rivisse la tormentata memoria storica di tre secolo di cristianesimo sommerso: un periodo clandestino che in quei giorni finiva. Il vescovo Macario conosceva bene – tramandati dalla precusa memoria verbale delle famiglie giudeo-cristiane e dei loro sacerdoti – dove fossero tutti i luoghi storici dell’esistenza di Cristo, i testimoni di quei trentatré anni, la nascita in Bethlehem, le case familiari di Nazareth, il colle dove erano state pronunciate le parabole, la sala di quell’ultima cena, il luogo del processo e quelli della morte terribile e della sepoltura, così spietatamente cancellati da Adriano. Costantino ascoltò affascinato dall’intensa suggestione che il racconto operò su di lui e sua madre Elena, e decise la prima operazione archeologica della storia: scavare e riscoprire il Golgotha e il Sepolcro. Si incominciò subito, in mezzo a una folla di curiosi, i cristiani trepidanti e pronti a vedere in ogni pietra smossa un segno di quanto cercavano. Insieme a numerose altre presunte reliquie, si proclamò che era stata trovata una coppa che Elena ritenne essere quella stessa usata da Maria di Magdala: di essa si era servita per raccogliere gocce del sangue di Cristo dopo la crocifissione. E’ difficile fare ipotesi sulle sorti della coppa. Pur essendo giunti a noi numerosi resoconti coevi delle ricerche promosse dall’imperatrice Elena del sito del Santo Sepolcro, in essi manca ogni accenno alla sorte della coppa, sebbene nel V secolo lo storico Olimpiodoro scrivesse che venne portata in Britannia quando nel 410 Roma fu saccheggiata dai Visigoti. Non mancano neppure contradditori racconti relativi al suo aspetto: in alcuni di essi si tratta di un piccolo recipiente in pietra, in altri di una grande coppa d’argento, e il più popolare narra che era stata incastonata da un artiere romano in uno splendido recipiente d’oro impreziosito da pietre. Si tratta del Graal? Il calice è giunto a Roma ed è finito in Britannia? Interrogativi che rimarranno tali sinché nuovi dati storici non verranno alla luce.

Le due storie del Graal presentate rappresentano due ceppi differenti: mentre l’ultima appartiene ad un filone fondato su documenti, scavi archeologici e studi storici, la prima è tratta dal corpo della letteratura Graaliana, ed è indubbio che essa debba essere depurata dai molti elementi che si sono aggiunti nel corso dei secoli, e che con ogni probabilità hanno rivestito eventi reali di simbolismi e allegorismi. Nel concetto di Terra Desolata, ad esempio, si può leggere il periodo di carestia che colpì l’Europa nel passato. E i vari movimenti del Graal, sintetizzati nella tabella qui sotto, possono documentare reali traslazioni della reliquia, avvenute durante i secoli:

Gerusalemme Palestina
Glastonbury Inghilterra
Muntsalvach Montsegùr, Francia?
Sarras Siria, patria dei Saraceni?

Sarras sarebbe situata “ai confini dell’Egitto” e dal suo nome deriverebbe l’aggettivo “saraceno”. Potrebbe trattarsi della Siria, della Giordania o dell’Iraq. Secondo lo scrittore trecentesco Albrecht von Scharffenberg, che scrisse “Il secondo Titurel”, il Graal sarebbe custodito in un castello detto “Turning Castle” (Castello rotante). Le caratteristiche del castello sono assolutamente simili a quelle del palazzo persiano chiamato Takt-I-Taqdis, costruito nel VII secolo d.C.: era possibile farlo ruotare su grandi rulli di legno. Secondo un’altra leggenda nel castello si sarebbe trovata anche la Santa Croce di Gesù, sottratta da Gerusalemme dal re Chosroes II, che eresse il castello di Takt, il quale saccheggiò la Città Santa nel 614, portando la croce in Persia. Si diceva che insieme alla croce si trovasse il Graal. Quindici anni dopo, nel 629, l’imperatore bizantino Eraclio marciò sulla città di Takt, portando con sé la Croce a Costantinopoli. Con essa, egli potrebbe aver portato con sé anche il Graal. Costantinopoli divenne in seguito celebre per essere la città più ricca di reliquie dell’intera cristianità. La Sindone di Torino, ad esempio, fu custodita ad Edessa dal 33 d.C. (proprietà di re Abgar) al 15 Agosto 944, giorno in cui l’imperatore bizantino mandò un esercito ad appropriarsi della reliquia. Il sudario venne probabilmente preso dai Templari nel 1204, e da qui avrebbe raggiunto Lirey, in Francia. Come la Sindone, così il Graal potrebbe esser stato trovato a Costantinopoli durante le Crociate: ciò spiegherebbe il motivo per cui i romanzi del Graal comparvero improvvisamente sulla scena. Se il Graal raggiunse l’Europa, non è chiaro dove possa esser custodito. Potrebbe esser stato portato in Italia dai Savoia, che entrarono in possesso anche della Sindone. Per questo motivo si pensa possa trovarsi a Torino. Secondo altri, il Graal sarebbe caduto in mano alla setta dei Catari, e portato nel castello di Montsegur ove, in questo stesso secolo, fu ricercato da un ufficiale nazista, Otto Rahn.

Quindi, chi potrebbe aver conservato il Graal ?

Le tappe storiche che la reliquia avrebbe seguito sono descritte in un testo medievale dello scrittore Robert de Boron, intitolato Joseph d’Arimathie. Queste, in breve, le vicende seguite dal Graal:

Quando Gesù risorse, i Giudei accusarono Giuseppe d’Arimatea (proprietario della tomba ove Cristo fu deposto) di aver rubato il cadavere. Egli fu dunque imprigionato in una torre e privato del cibo. All’interno della prigione, apparve Gesù in un limbo di luce, affidando a Giuseppe la sua coppa. Lo istruì ai misteri dell’Eucarestia e, dopo avergli confidato alcuni segreti, svanì. Giuseppe poté sopravvivere grazie ad una colomba che, ogni giorno, entrava nella cella e depositava un’ostia all’interno della coppa. Nel 70 d.C. fu rilasciato, grazie all’intervento dell’imperatore romano Vespasiano, e insieme a sua sorella e al suo cognato Bron, andò in esilio oltre il mare, con un piccolo gruppo di seguaci. Qui venne costruita una tavola, che venne chiamata Prima Tavola del Graal: doveva ricordare il cenacolo, e infatti c’erano tredici posti di cui uno era occupato da un pesce, che rappresentava Gesù, e un altro, che rappresentava il seggio di Giuda, era nominato “Seggio periglioso”. Giuseppe partì per le terre inglesi, dove a Glastonbury fondò la prima chiesa Cristiana, che dedicò alla Madre di Cristo. Qui il Graal venne custodito e utilizzato come calice durante la celebrazione della Messa, alla quale partecipava l’intera compagnia. Alla morte di Giuseppe, la custodia passò a Bron, il quale divenne celebre con il nome di “Ricco pescatore”, per aver saziato l’intera compagnia con un pesce che, posto nel Graal, si era miracolosamente moltiplicato. La compagnia si insediò ad Avalon, un luogo che ancora oggi non è stato identificato: si pensa, comunque, che si trovi nel nord Europa. Qui, alla morte di Bron, divenne terzo custode del Graal un uomo di nome Alain. Venne costruito un castello a Muntsalvach, la Montagna della Salvezza (la cui ubicazione è sconoscuta), proprio per custodire il Graal, e nacque uno specifico ordine cavalleresco, chiamato Ordine dei Cavalieri del Graal, sorto con lo scopo di proteggere il calice. Essi sedevano alla Seconda Tavola del Graal, ove la reliquia dispensava a tutti ostie consacrate.

Dopo alcune generazioni, divenne re un uomo chiamato Anfortas, il quale ricevette una misteriosa ferita che lo rese sterile; sulle cause della ferita ci sono diverse versioni: secondo alcuni avrebbe perso la fede, secondo altri avrebbe rotto il voto di castità per amore di una donna, secondo altri sarebbe stato colpito accidentalmente da una lancia, da parte di uno straniero che si stava difendendo.

Il re divenne celebre con il nome di Re Ferito, e la terra su cui regnava venne colpita da un periodo di sterilità: si parla, a proposito di questo periodo, di Terra Desolata (Waste Land).

La lancia con cui il re venne colpito fu identificata con la Lancia di Longino, il soldato Romano che secondo la tradizione biblica avrebbe trafitto il costato di Cristo sulla croce. Essa venne custodita all’interno del Castello del Graal insieme ad una spada, al piatto che sorresse la testa di Giovanni Battista, e al Graal. Questi quattro oggetti influenzarono molto profondamente la cultura successiva, tanto che nei semi delle carte da gioco italiane compaiono ancora le coppe (il Graal), le spade (la spada), i denari (il piatto) e i bastoni (la lancia di Longino).

Al fine di ritrovare il Graal, il mago Merlino fondò la Terza Tavola del Graal, chiamata Tavola Rotonda.

Dopo aver educato il giovane Artù, quest’ultimo divenne re di Camelot, e si circondò di una compagnia di cavalieri, che presero il nome di “Cavalieri della Tavola Rotonda”.

Il giorno di Pentecoste il Graal apparve nel centro della Tavola, avvolto in un nimbo di luce, scomparendo dopo breve.

I cavalieri, allora, si impegnarono in una ricerca iniziatica del Calice: i più celebri furono Lancillotto, Galvano, Bors, Perceval e Galahad. Lancillotto fu in grado di avvicinarsi al Graal, ma venne colpito da cecità a causa del suo adulterio con la moglie di Artù, Ginevra.

Galvano raggiunse il Castello del Graal ma non riuscì a raggiungere il Graal a causa della sua natura troppo legata alle cose del mondo: egli era privo di quella semplicità richiesta al ricercatore.

Soltanto in tre raggiunsero il Graal e furono in grado di partecipare ai suoi misteri: Galahad, cavaliere vergine, Perceval, l’Innocente, e Bors, l’uomo comune, che fu l’unico a ritornare alla corte di Artù per portare la notizia del ritrovamento. Nessuno di essi, però, poté impadronirsene.

Perceval, dopo aver vagabondato per cinque anni, ritrovò la strada per il castello del Re Ferito (anche chiamato Re Pescatore), e dopo avergli posto una misteriosa domanda – “Chi serve il Graal?” – risanò la ferita del sovrano. L’acqua tornò a scorrere nella Terra Desolata, facendola fiorire.

Galahad, Perceval e Bors ripresero la ricerca, raggiungendo la città orientale di Sarras, la città del Paradiso, dove il Graal era stato trasferito.

Qui parteciparono ad una Messa durante la quale Cristo apparve in una visione dapprima come celebrante, poi come un bambino, e infine come un uomo crocifisso.

Galahad, in seguito alla visione, morì ed venne portato direttamente in cielo. Perceval ritornò al castello del Re Pescatore, e alla morte di costui, lo sostituì sul trono.

Bors, invece, ritornò a Camelot. Il Graal riposò, così, per i secoli successivi a Sarras, una città che ancora oggi non è stata identificata.

Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al 1190 in Perceval le Gallois ou le Compte du Graal; nel volgere di soli vent’anni (un tempo sorprendentemente breve rispetto a quelli, lunghissimi, lungo cui si sono sviluppate le saghe arturiane), esso era già perfettamente caratterizzato. Così il poeta francese racconta la sua apparizione. La scena si svolge nel castello del “Re Pescatore”, un personaggio su cui ritorneremo; qui il cavaliere Parsifal assiste a una processione che scorre accanto alla tavola su cui verrà servita la cena. Per primo passa un ragazzo con una lancia insanguinata, poi due giovani con un candelabro, e infine

Un graal entre ses deus mainsune damoisele tenoit (…)De fin or esmereè estoitprescieuses pierres avoitel graal de maintes manieres, de plus riches et de plus chieresqui en mer ne en terre soient.

(“Una damigella teneva un graal tra le sue mani (…) Era fatto di oro puro, e c’erano nel graal molte preziose pietre, le più belle e le più costose che ci siano per terra e per mare”).

La parola “Graal” è utilizzata con il significato generico di coppa (ma c è da chiedersi come mai Chretien avesse fatto uso di quel termine già allora arcaico); il calice fa parte di un gruppo di oggetti egualmente dotati di poteri mistici, e non ha comunque alcuna associazione con il sangue di Gesù.

Solo nel successivo Joseph d’Arimathie – Le Roman de l’Estoire dou Graal, un testo arturiano del cosiddetto “Ciclo della Vulgata” (dove però Re Artù non compare) scritto da Robert de Boron intorno al 1202, il Graal viene descritto come il calice dell’Ultima Cena, in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. De Boron lo chiama “Graal” una volta sola, in un inciso (in verità un po’ slegato dalla continuity del testo) da cui si evince che la coppa aveva già una storia e un nome particolare prima di essere utilizzata da Gesù: “Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo (…) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome” .

Il Joseph di Arimathie fu continuato e integrato da un anonimo autore del XIII secolo, che, in Le Grand Graal introdusse alcuni nuovi elementi. Il Graal è associato (o “è” tout court) a un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio. Le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l’aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l’acqua cambierebbe colore. Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere.

Il Grand Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche (viene trasferito in Inghilterra in un contenitore identico all’ Arca dell’Alleanza) sia islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata “Sarraz”, impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma si vede da lontano il Grande Nilo”; il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio Oriente. Da essa, infatti – afferma l’autore – ebbero origine i Saraceni .

Intorno al 1210, nel poema Parzival, il tedesco Wolfram Von Eschenbach conferì al Graal ulteriori connotazioni. Non si tratta di una coppa, bensì di ” una pietra del genere più puro (…) chiamata lapis exillis. (Se un uomo continuasse a guardare) la pietra per duecento anni, (il suo aspetto) non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi” . Il termine lapis exillis è stato interpretato come “Lapis ex coelis”, ovvero caduta dal cielo&quot: e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione.

La tradizione esoterica delle pietre sacre, tramiti fisici tra l’uomo e Dio, è tipicamente orientale: la pietra nera conservata nella Ka’ ba è l’oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine “Pietra dell’esilio” per designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a Oriente, l’Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione induista, simboleggia il “Terzo Occhio”, organo metafisico che permette la visione interiore.

Perché il calice fu portato proprio in Inghilterra?

Dal punto di vista letterario la risposta è ovvia: là erano nati i miti di Artù, e là, necessariamente, doveva svilupparsi la storia del Graal, a essi collegata. Ma i sostenitori della sua esistenza materiale avanzano altre ipotesi, in verità piuttosto ardite. Durante la sua permanenza in Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido convertito al cristianesimo, e quell’oggetto gli era particolarmente caro. Dopo la crocifissione, Giuseppe d’Arimatea aveva voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino, trait d’union tra la religione celtica e quella Cristiana. Sia come sia, le peripezie subite dal Graal dopo il suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole a seconda delle varie fonti. Estrapolando dalla Materia di Bretagna gli episodi più ricorrenti, è possibile tracciare schematicamente il seguito della storia. Giunto a destinazione, Giuseppe affida la coppa a un guardiano soprannominato “Ricco Pescatore” o “Re Pescatore” perché, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce. A seconda delle versioni, il Re Pescatore è Hebron o Bron, cognato di Giuseppe d’Arimatea e nonno (o zio, o cugino) di Parsifal. Nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, è un Re chiamato Anfortas, la cui figlia sposa l’eroico saraceno Feirefiz e genera Prete Gianni. Secoli dopo, nessuno sa più dove si trovi il “Re Pescatore”: il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland (“La terra desolata”), uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale. Il Wasteland è stato scatenato dal “Colpo Doloroso”, ovvero da un colpo vibrato da Balin il Selvaggio con la Lancia di Longino (in altre versioni, da Re Varlans con la Spada di Davide) nei genitali del “Re magagnato”. Il Maimed King si chiama Perlan, Pellehan, Pelles, Lambor, oppure è identificato con lo stesso “Re Pescatore”. Per annullare il Wasteland – spiega Merlino ad Artù – è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Un Cavaliere (Parsifal “il Puro Folle”, o Galaad “il Cavaliere vergine”) occupa allora lo “Scranno periglioso”, una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l’annientamento) solo “il Cavaliere più virtuoso del mondo”, colui che è stato predestinato a trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando una serie di prove “perigliose” (il “Cimitero periglioso”, il “Ponte periglioso”, la “Foresta perigliosa”, il “Guado periglioso”, eccetera), Parsifal rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande “Che cos’è il Graal? Di chi esso è servitore?“, contravvenendo così al suggerimento evangelico “Bussate e vi sarà aperto”. Il Graal scompare di nuovo. Dopo che il Cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente Parsifal (o Galaad) pone il quesito, a cui viene risposto.

“È il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l’agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua. (…) E perché questo piatto fu grato a tutti lo si chiama Santo Graal”

(la frase, che comprende l’insolita etimologia grato-Graal – è tratta da La Queste del Saint Graal, romanzo di autore anonimo del “Ciclo della Vulgata” del 1220).

Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d’aria ). Il Graal viene riportato a Sarraz (o nel Regno di prete Gianni) da Parsifal e Galaad.

Intorno al 540, dunque, stando alla “Materia di Bretagna” il Graal fu riportato in Medio Oriente. Per secoli non se ne sentì più parlare, finché, verso la fine del XII secolo, esso balzò (o tornò) improvvisamente alla ribalta. Come mai? Cos’aveva ridestato l’interesse nei confronti di un mito apparentemente dimenticato? La maggior parte degli studiosi concordano nel ritenere le Crociate l’avvenimento scatenante. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l’Europa e vi si diffuse.

C’è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati e riportato nel Vecchio Continente.

Quali sono i nascondigli odierni più probabili?

Castello di Gisors. I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto. Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo; e del resto Wolfram aveva battezzato Templeisen i cavalieri che custodivano il Graal nel castello di Re Anfortas. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di GISORS.

Castel del Monte. I Cavalieri Teutonici – fondati nel 1190 – erano in contatto sia con i mistici Sufi – una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana – sia con l’illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all’Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo. Wolfram sembra fornire un appoggio anche a questa tesi: nel suo Parsifal aveva infatti evidenziato il legame tra le religioni cristiana, ebraica e islamica. Vai alla scheda del castello di Castel del Monte.

Takht-I-Sulaiman. Nella voce Artù è descritta l’ipotesi secondo la quale il Sovrano inglese era un rappresentante dello Zoroastrismo. Ebbene, il Castello del Graal descritto – al solito – da Wolfram Von Eschenbach, è sorprendentemente simile a Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro. Qui, prima di venire dispersi e allontanati, i seguaci di Zarathustra adoravano il simbolico “Fuoco Reale”, fonte della conoscenza. Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica Sarraz, da cui il Graal (il Fuoco Reale ?) giunse, a cui ritornò, e dove forse si trova ancora.

Castello di Montsegur Dopo che il culto di Zoroastro era stato disperso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei, e, di seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio del castello. È di nuovo Wolfram a fornire un indizio in proposito: il “Castello del Graal” (quello simile a Takht-I-Sulaiman) si chiama infatti “Munsalvaesche”, cioè “Monte Salvato” o ” Monte Sicuro”. Negli anni ’30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS e autore di Crusade contre le Graale La Cour de Lucifer, intraprese alcuni scavi a Montsègur e in altre fortezze catare con l’appoggio del filosofo nazista Alfred Rosenberg, portavoce del Partito e amico personale di Hitler: l’episodio fornì al romanziere Pierre Benoit, già autore del celebre L’Atlantide, lo spunto per il romanzo Monsalvat.

Sull’attuale nascondiglio del Graal esistono altre teorie, se possibile ancor più fantasiose:

Torino. Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l’Europa durante il medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.

Bari. Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la traslazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l’eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano, o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni (in questo caso i Turchi Selgiuchidi) nella loro espansione ai danni dell’Impero Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. Non è dato di sapere dove si trovava la coppa (che, forse, era passata per le mani di San Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di dispensatore d’abbondanza ) e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle del Santo. Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l’edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città anziché a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo dell’avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della “Materia di Bretagna”) si trova l’immagine di Re Artù e un’indicazione stilizzata del nascondiglio; la tomba di San Nicola continua a emanare un liquido chiamato “manna” che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.

 

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