2 maggio 2005 Commenti (0) Blog

La medicina nel Medioevo

Nell’Alto Medioevo, il patrimonio classico greco-romano fu salvato, in Occidente, dal Cristianesimo e, in Oriente, dagli Arabi. La Chiesa, nella sua ascesa temporale, divenne depositaria della salvaguardia del pensiero antico, che perse così i suoi connotati scientifici, basati sulla contemplazione della natura, sostituiti dalla fede. L’esercizio della medicina, l’assistenza agli infermi, il soccorso ai sofferenti, furono opere di carità cristiana.

La salute è un dono del Signore, la malattia e la morte sono mezzi di espiazione, purificazione e salvezza. Questa concezione mistica del dolore fece sorgere l’idea che il medico unico dello spirito e del corpo fosse Dio. Questo  portò alla devozione di una folta cerchia di Santi protettori e guaritori: S.Anna per il parto, S.Rocco e S.Sebastiano per la peste, S.Lucia per gli occhi, S.Biagio per la gola, S.Apollonia per i denti. Una più viva devozione fu rivolta al martirio dei fratelli Cosma e Damiano considerati Santi medici per eccellenza. Contemporaneamente, i padri della Chiesa ( San Agostino, San Ambrogio ed altri ) imposero l’obbligo dell’assistenza agli infermi come missione di fede illuminata dal sapere della scienza. Realizzatore di questa idea fu Benedetto da Norcia (480 – 543 ).

Mentre in Oriente i monasteri erano un sicuro rifugio per l’isolamento contemplativo, in Occidente sorsero dalla vita comune e dal bisogno di riunirsi, di meditare, di discutere, di studiare, di insegnare. In un articolo della sua “Regola”, San Benedetto impose all’Ordine non solo solitaria penitenza e preghiera ma anche il lavoro, lo studio e l’esercizio delle arti e delle scienze e soprattutto la cura degli infermi. Così nella nuova vita monastica benedettina sorse un fervore di studio e ricerca. Grazie all’assiduo lavoro dei monaci, preziosi testi antichi non andarono perduti : furono copiati, miniati e commentati. Sorsero anche i primi “Ospizi“ e negli orti dei conventi furono coltivate molte piante medicinali benefiche che raccolte e disseccate, riempivano di fiori, foglie e radici le  scansie dei monaci “Infirmarii”. Erano questi i medici del tempo, poiché  i medici laici erano pochi e per lo più ciarlatani, conciaossa e stregoni. Accanto ai conventi furono erette infermerie dove poveri e pellegrini venivano visitati e curati. Fu per questo profondo studio dei testi medici e per l’insegnamento dell’arte della salute che sorsero nel Medioevo le prime scuole claustrali di Medicina.

Dalle scuole esistenti in Salerno, secondo il parere di molti storici, derivò la Scuola Salernitana che sistemò e codificò il sapere medico del tempo e, mutando la sua struttura da monastica in laica, divenne per quattro secoli, fino al fiorire delle prime Università, famosa in tutta il mondo come la massima depositaria della scienza e della salute.

Uno dei momenti decisivi del progresso della medicina fu proprio la  nascita e lo sviluppo della Scuola Salernitana. La data della sua fondazione è incerta ma autorevoli storici  ritengono  che sia sorta inizialmente in ambiente conventuale: infatti a Salerno numerosi erano i conventi benedettini  dove i monaci “infirmarii” si dedicavano allo studio dei testi medici, alla coltivazione di erbe e alla cura degli infermi e vari documenti testimoniano come al principio del X secolo i medici salernitani fossero rinomati e ricercati ovunque.

Nel periodo dell’ascesa (dalle origini al 1000) l’attività della Scuola è limitata alla compilazione di sunti e compendi degli antichi testi medici per uso didattico. L’insegnamento si svolse nell’ambito del chiostro e fu affidato esclusivamente ai monaci benedettini. Lo studio era in prevalenza pratico. Fra i numerosi maestri salernitani di questo periodo si ricorda Gariopontus, autore di una opera enciclopedica (5 volumi sulle malattie e 3 di appendice sulle febbri ) detto il “Passionarius”, compilato su testi latini e autori bizantini. E’ una opera molto importante dal punto di vista linguistico, perché  vengono usati per la prima volta termini medici come cauterizzare, cicatrizzare, polverizzare;  e da  un punto di vista  storico, perché ci dà un chiaro quadro della medicina di quell’epoca, ancora espressione genuina della mentalità e cultura nazionali.

La scuola era aperta a tutti, uomini e donne, celebre la levatrice Trotula (dama Trot) che i cronisti dicono sapientissima e bellissima. Leggendaria o storica, si narra sia l’autrice “De Mulierum Passionibus” che fu fino al ‘500, un testo assai famoso nelle scuole mediche. Si tratta di una raccolta di precetti sulla gravidanza, parto, cure, alimentazione e igiene della partoriente, allattamento del bambino e scelta della nutrice. Infine, c’è una serie di  ricette per la cosmesi della donna.

Nel  periodo di splendore (dal 1000 al 1300) i maestri laici sono di gran lunga più numerosi di quelli ecclesiastici. Ricordiamo Costantino Africano il cui contributo allo sviluppo della medicina è di scarsa originalità scientifica, ma la sua traduzione in latino di opere arabe ebbe una influenza rinnovatrice nell’occidente cristiano. Grande merito della Scuola è aver dato dignità scientifica alla chirurgia medievale: infatti esercitavano a Salerno grandi  chirurghi, come Ruggero Frugardi, in grado di operare il cranio ed eseguire le prime suture di vasi sanguigni con filo di seta. Nella sua ”Pratica Chirurgiae” troviamo preziosi consigli di tecnica chirurgica e suggerimenti per le trapanazioni delle ossa craniche. Per effettuare una rudimentale anestesia, sembra ci si servisse di un anestetico di origine pre-salernitana: la spongia somnifera.

Ma la fama della scuola è legata al celebre “Regimen Sanitatis Salernitanum”, un insieme di precetti igienici dettati sotto la veste di curiose massime in versi leonini. Dopo tre secoli di luminosa attività, la Scuola Salernitana, si avviò lentamente al declino. La causa della rovina di Salerno fu il sorgere delle Università, specie quella di Napoli. Essa non seppe progredire, al pari delle Università, coi tempi nuovi. Dal Rinascimento in poi, diede così deboli segni della sua esistenza che il governo napoleonico, il 29 novembre 1811, ne decretò in modo definitivo la soppressione.

Molti meriti possiamo riconoscere alla Scuola Salernitana. Prima di tutto la non accettazione passiva della malattia e della morte: bisogna prendersi cura non solo dell’anima ma anche del corpo. Bisogna combattere le malattie ma cercare anche di prevenirle attraverso strumenti precisi e organizzati, effettuando studi anatomici del corpo umano (diffusa la pratica dell’esame autoptico del cadavere) e cercando terapie per fronteggiare le malattie. Principio fondamentale della Scuola, di grande interesse attuale, la tutela della salute non solo con il dovuto approccio terapeutico ma anche sotto l’aspetto preventivo. Questa profilassi si otteneva con l’armonia psico-fisica e la dietetica quali regola di vita che si estrinsecava attraverso una valorizzazione dei cibi e delle bevande e loro distribuzione nello arco della giornata. Altro grande merito è la realizzazione del rapporto medico-malato: i maestri devono scendere dalla cattedra, avvicinarsi al letto del malato e discutere con gli allievi della malattia e dei problemi del paziente.

Non era certo breve l’iter per diventare medico a Salerno: 3 anni di Logica e 5 di Scuola Medica teorica e pratica. Bisognava studiare i classici di medicina greca ed eseguire un esame autoptico  per riconoscere e studiare gli organi. Alla fine di questo lungo corso si sosteneva un esame con un collegio di maestri. Superato l’esame si otteneva un attestato, con il quale ci si presentava davanti al Re che rilasciava la licenza per esercitare “la medicina”. Dopo aver ricevuta questa sorta di abilitazione occorreva, infine, fare esperienza per un anno presso un medico anziano. La Liber Augustialis dell’imperatore Federico II (1191 – 1250) per salvaguardare la salute del popolo, stabiliva che le attività sanitarie dovessero essere espletate esclusivamente da medici qualificati e controllati dalla Scuola; controllo che si effettuava con il rilascio di diplomi che stabilivano la preparazione dei medici, non solo per evitare danni al paziente ma soprattutto per non creare nuovi malati. Ecco che vengono poste le basi per una regolamentazione legislativa di questa professione e una sua maggiore qualificazione. La cura degli infermi e l’insegnamento dell’arte quali compiti civile e sociale del medico diedero così rinomanza alla scuola da essere considerata come la grande progenitrice delle Università.

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